- Che cos’è la “politicità sociale”
La politicità sociale è l’idea che la politica non è solo quella che vediamo nei palazzi, nei partiti, nei talk show, nelle elezioni. La politica vera è anche – e soprattutto – nel modo in cui la società è organizzata ogni giorno: chi decide davvero? chi controlla cosa? chi parla a nome di chi? chi paga i costi delle decisioni?
Quindi: Politicità Sociale vuol dire guardare al potere reale dentro la società, non al racconto di facciata.
- Perché è diversa dalla “democrazia” raccontata
Noi siamo abituati a sentirci dire: “si vota, quindi c’è democrazia; il popolo è sovrano”. Questa è la narrazione. Ma questa narrazione guarda solo ai contenuti (“io prometto questo”, “io voglio quest’altro”) e si ferma lì.
La politicità sociale ti dice: fermati, non ascoltare solo cosa dicono. Guarda come sono fatti i partiti. Guarda le forme.
E cosa vediamo, se guardiamo le forme?
– I partiti non sono normati in Costituzione, ma di fatto controllano tutto
– Le stesse persone hanno insieme ruoli di partito e ruoli istituzionali (segretario di partito e allo stesso tempo ministro, presidente di regione, parlamentare, ecc.). Quindi controllano sia la macchina che dovrebbe proporre le idee, sia quella che dovrebbe controllare le idee
– Fare politica diventa un mestiere che vive di risorse, posti, fondi, reti di fedeltà interne
– Tutti i partiti, anche se dicono cose diverse, funzionano allo stesso modo: vertice ristretto, fedeltà interna, gestione del consenso
Cosa significa questo in parole ancora più semplici?
Significa che tu pensi di scegliere tra Meloni, Conte, Schlein, come se fossero tre strade diverse, ma in realtà il sistema della strada è lo stesso. Cambiano i cartelloni pubblicitari, non cambia l’autostrada.
- Perché questo è un problema serio
È un problema perché se tu guardi solo le parole dei leader (“più tasse ai ricchi”, “più sicurezza”, “più diritti”, “più patria”), ti sembra che stia funzionando tutto: discutono, si confrontano, poi si vota e chi vince governa. Sembra pulito.
Ma se guardi come sono costruite le strutture che prendono le decisioni, vedi che è tutto chiuso, deciso prima, centrato su pochi, poco controllabile da fuori e, soprattutto, pensato per durare a beneficio di chi è già dentro.
Questo è ciò che Giuseppe Polistena chiama ‘patologia del sistema‘. Patologia vuol dire: il sistema non è malato perché sbaglia una legge ogni tanto; è malato proprio nel modo in cui è fatto.
E infatti lo vediamo: quando arrivano momenti gravi – guerre, crisi sociali, disastri ambientali, collasso sanitario – le istituzioni non reggono. O reagiscono tardi. O scaricano i costi sui più deboli. Questo non è un incidente. È struttura.
- Quindi: che cosa vuole la politicità sociale?
La politicità sociale non è uno slogan tipo “più democrazia”. Non basta dire “torniamo alla vera democrazia”. Non è nostalgia. E non è populismo del tipo “ridiamo tutto al popolo”.
La politicità sociale è un lavoro di verità sulle forme del potere. È dire: smettiamola di parlare solo di quello che la politica promette; iniziamo a guardare come la politica è costruita, come funziona, perché è lì che si decide se una società è sana o malata.
In concreto, la politicità sociale vuole:
a) Separare le funzioni di partito dal potere istituzionale: Chi governa o ricopre ruoli istituzionali, non deve essere anche il capo che controlla la filiera del consenso. Perché se tu controlli entrambe le cose, nessuno ti frena davvero.
b) Rendere visibili e regolabili le forme del potere: Non basta sapere che tizio è presidente del consiglio. Dobbiamo sapere anche chi lo finanzia, chi gli scrive i testi, quali filiere di fedeltà tiene in piedi, come vengono selezionati i candidati, con quali criteri vengono spesi i fondi pubblici. Non dopo lo scandalo: prima.
c) Dare continuità politica alla società, non solo alla campagna elettorale: Oggi il cittadino è chiamato a esistere politicamente solo quando vota. Per il resto del tempo è spettatore. La politicità sociale dice: no. La società deve avere strumenti stabili per orientare le scelte e controllarle mentre accadono, non solo giudicarle cinque anni dopo.
d) Spostare il baricentro dai miti di potere ai diritti: La democrazia, nella sua versione tradizionale, si fonda sul kratos, cioè sulla forza della maggioranza: chi prende più voti vince e comanda. La politicità sociale dice: lo Stato non deve essere il luogo della forza di chi vince, ma il luogo di tutela dei diritti di tutti, in particolare di chi perde, di chi è fragile, di chi non conta nulla nei numeri.
e) Mettere la pace, la mediazione, il riconoscimento dell’altro dentro la politica, non fuori: Non come gesto morale (“siamo buoni”), ma come architettura del sistema. Perché se la politica è solo scontro e dominio, prima o poi questo scontro degenera fuori dai confini: guerra, repressione, esclusione.
- Perché la Politicità Sociale è difficile da capire e da accettare
È difficile perché va contro l’abitudine. Noi siamo cresciuti sentendoci dire che “democrazia + sovranità popolare = siamo i buoni”. È una narrazione rassicurante, soprattutto in Occidente: noi siamo imperfetti, d’accordo, ma meglio delle dittature. Questo discorso è comodo, e spesso serve solo ad autoassolverci.
Ma questa autoassoluzione ha un prezzo. Con quella scusa accettiamo:
– guerre raccontate come “difesa della democrazia”;
– massacri raccontati come “sicurezza nazionale”;
– governi che si legittimano dicendo: “il popolo mi ha votato, quindi posso tutto”.
La politicità sociale dice: basta con questa coperta calda. Guardiamo in faccia la macchina.
- La frase-sintesi
Se vogliamo dirlo proprio in una frase, senza giri di parole:
La politicità sociale è il passaggio dalla politica raccontata alla politica reale: smettere di credere solo a quello che i partiti dicono, e iniziare a guardare come sono costruiti, come funzionano e per chi funzionano. Perché finché questa struttura resta patologica, il voto da solo non basta e la democrazia resta una messa in scena.
E aggiungiamo l’ultimo punto, che è politico nel senso più alto:
Questo non è un discorso contro la gente che vota. È l’opposto. È un discorso a protezione delle persone che votano. Perché oggi tu voti dentro un sistema costruito per non lasciarti davvero incidere. La politicità sociale vuole riaprire quello spazio di incidenza, e farlo diventare stabile, visibile, regolato, condiviso.
Non è una parola elegante. È un avvertimento. È un progetto. È un invito a riprenderci la forma della politica, non solo le sue frasi.(un grazie particolare a Mario Sommella per la sintesi)

